ART KANE. PICTURES FROM A VISIONARY PHOTOGRAPHER



quando 25 maggio > 9 settembre 2012
dove Wall Of Sound Gallery

“Penso ad Art Kane come ad un colore acceso, diciamo, come un sole color zucca in mezzo ad un cielo blu. Come il sole, Art fissa il raggio del suo sguardo sul suo soggetto, e quel che vede, lui fotografa – e di solito si tratta di un’interpretazione drammatica della sua personalità”. – Andy Warhol

Art Kane è il leggendario fotografo che, alle 10 di un mattino di agosto del 1958, immortalò per la rivista “Esquire” ben 57 campioni del jazz su un marciapiede della 126ma Strada, ad Harlem, ignaro di aver creato l’immagine più significativa della storia del jazz, universalmente nota come “Harlem 1958”. Una foto che gli è valsa la medaglia d’oro dell’Art Directors Club di New York.

Da allora il suo obbiettivo si è posato sui grandi del rock, del pop, del soul e ancora del jazz, dai Rolling Stones a Bob Dylan, ai Doors, a Janis Joplin, ai Jefferson Airplane, e ancora Frank Zappa, i Cream, Sonny & Chér, Aretha Franklin, Louis Armstrong, Lester Young, creando una serie infinita di icone, come, una su tutte, quella memorabile degli Who avvolti nella bandiera britannica. 

Questo per gli appassionati della musica. Ma Art Kane è stato molto di più. È stato uno dei veri maestri della fotografia del XX° secolo, le cui immagini visionarie hanno influito sulla coscienza sociale di più di una generazione e lasciato un segno sulla cultura mondiale. Immagini che oggi sono nelle collezioni permanenti del Museum of Modern Art e del Metropolitan Museum of Art. Ma quasi nessuno sa che il loro creatore si considerava “un povero bastardo per il quale il mondo reale, semplicemente, non ha il bell’aspetto che dovrebbe avere. La mia intera filosofia di vita sta lì, sul muro del mio studio tappezzato di mie foto. Sta lì col suo orribile vestito, le gambe grasse spalancate e le mani tozze sui fianchi abbondanti”.

A Kane non interessava l’apparenza delle cose, ma come potevano farlo sentire. Kane è stato un illusionista, il maestro di un impressionismo fotografico che ancora oggi sollecita emozioni e distilla idee. Venezia continua ad essere a rischio, le rockstar annunciano sempre un qualche Nuovo Mondo, la solitudine nell’era di Internet è ancor più cosmica, e Kane, con un’attualità stupefacente, proiettava già tutto questo in un mondo di fantasia che pare amplificare la realtà di oggi. 

Tutte le fotografie di Kane sono pervase dalla sua incontenibile passione per la vita, per l’uomo, per la cultura popolare. Le sue sono immagini pensanti, visioni che comunicano sempre un personalissimo punto di vista, sul razzismo e sulla guerra, sul misticismo o sul sesso, sulla moda o sulla musica. Nessuna preoccupazione di “stile”, una tecnica fotografica intuitiva e disarmante nella sua semplicità, e poi una varietà impressionante di spunti, angolazioni di ripresa improbabili, ambientazioni singolari, colori saturi. Nulla appare come ce lo aspetteremmo: le immagini suggeriscono, provocano, spiazzano, ma tocca a chi guarda completare il quadro.   

Art Kane (1925-1995) è cresciuto nell’East Bronx, a New York, tra i rifugiati della Russia zarista (la famiglia Kanofsky vi si era trasferita nel 1932 dall’Ucraina), ha combattuto la Seconda Guerra Mondiale in Francia in un pittoresco contingente addetto a carri armati gonfiabili che dovevano depistare i tedeschi, è diventato l’art director più giovane della Storia sotto la guida del grande Alexey Brodovitch, per poi avviare, alla fine degli anni Cinquanta, una personale odissea creativa che lo ha reso uno dei maestri assoluti della fotografia.   

In pochi anni Kane ha rivoluzionato questa forma d'arte, scoprendo tecniche nuove e personalizzandone altre per liberarla dal suo presunto “verismo”. La fotografia di Kane è energia pura, vera immaginazione al potere: “La realtà per me non è mai all’altezza delle aspettative visive che genera”, ha detto. “Più che registrarla con le mie foto, mi preme condividere il modo in cui sento le cose”.   

Kane ha attraversato gli anni Sessanta, Settanta e Ottanta come una furia, rivoluzionando la fotografia commerciale, l’immagine di moda, il ritratto di celebrità e il nudo, grazie ad un utilizzo spericolato del grandangolo e di pellicole dai colori ipersaturati. La sua filosofia non ammetteva concessioni: “Le foto in concerto sono una perdita di tempo”, diceva, “Se vuoi fotografare l’essenza di un performer, devi afferrarlo, possederlo. Devi possedere le persone, e poi trasformarle in quello che tu vuoi raccontare di esse”. 

In anni in cui la tecnologia delle macchine fotografiche, ancora analogiche, progrediva ad una velocità parossistica, il formato 35mm fu per Kane liberatorio: “Amo l’aspetto ritualistico del mezzo, il senso embrionico di perdermi nella finestra magica del mirino, l’incredibile gratificazione di trovarmi nel tempio da me stesso creato. Apparivo ridicolo con la mia giacca sulla testa perché nessuno usava coprirsela scattando con una 35mm, ma io amavo quell’alienazione, l’essere totalmente rimosso dal mondo esterno, come se avessi a disposizione un mio piccolo teatro personale”. 

Gli anni Cinquanta anticiparono anche la rivoluzione del colore che Kane colse al volo, sapendo bene, grazie alla sua pluripremiata esperienza di art director, come impaginare le sue visioni e soprattutto come selezionarle. Il suo editing ferocemente chirurgico ha lasciato rarissimi scatti alternativi nel suo pur sterminato archivio: “Capii subito che la fotografia può anche essere un atto di rifiuto, che ti lascia scegliere cosa lasciar fuori dall’immagine”. 

Kane affinò il suo talento su testate mitiche come “Look”, “Life”, “Esquire” e “McCall’s”, oggi defunte ma all’epoca prodighe di compensi favolosi pur di ottenere da lui immagini che “eliminano il piccolo e il brutto per enfatizzare il grande e l’eroico”, spingendo sulla strada della visionarietà anche quando la moda bussò alla sua porta nella persona di Diana Vreeland, la potente signora di “Vogue”. Dalla profondità di campo e dalla marcata distorsione del grandangolo 21mm (inventato proprio in quegli anni) al “fuoco selettivo” ottenuto con teleobbiettivi come il 180mm e il 500mm, il vocabolario visivo di Kane si arricchiva anche di immagini spesso e volentieri concepite per essere guardate rovesciate a testa in giù e di geniali montaggi di due diapositive, accuratamente sovrapposte nello stesso telaietto spesso fuori registro (i cosiddetti  “sandwiches”).

Invenzioni abusate in seguito da molti, ma di cui, tra gli anni Sessanta e i Settanta,  Kane è stato un autentico pioniere: “Il sandwich è solo uno dei tanti modi di comunicare, come un grandangolo o una sovraesposizione. Lo uso come uno strumento poetico per fuggire dal fotorealismo. È come la vita. Le cose accadono, ma non sono necessariamente drammatiche, finché non fai un passo indietro e ne catturi l’essenza basandoti sulla tua memoria. La memoria è straordinaria. Quando hai l’audacia di estrarre un’immagine dal mondo vivente e unidimensionale, hai eliminato odori, tatto, suono, e gli hai messo intorno una cornice eliminando la visione periferica. In questo senso nessuna foto è la verità, non importa quanto realistica sia l’immagine, o quanto normale sia l’obbiettivo. Mentono tutte, perché noi montiamo sempre. Nella visione normale cogliamo una cosa alla volta, ma muoviamo sempre gli occhi combinando di continuo tutti gli elementi”. 

Art Kane è stato la mia principale fonte di ispirazione, il mio vero motore creativo, quando ho cominciato ad avvicinarmi alla fotografia nei primi anni Settanta. La musicalità delle sue immagini, la loro inventiva audace, indicavano una strada ricca di appassionanti avventure e deviazioni per un fotografo in erba qual’ero, e così è stato fino alla scomparsa di Kane nel 1995 e oltre. 

È quindi con grande orgoglio che Wall Of Sound Gallery inaugura oggi un percorso di collaborazione con l’Art Kane Estate, nella persona del figlio di Art, Jonathan, anch’egli valente fotografo nonché batterista multiforme, e di sua moglie Holly, con un’operazione di recupero assolutamente “made in Italy” di queste storiche immagini . La primavera scorsa, sotto la supervisione di Holly Kane, un’ampia selezione di diapositive originali è stata scansionata, restaurata e stampata nella nostra galleria. Un lavoro che sarebbe stato impensabile senza l’empatica creatività di Anna Fossato, la precisione puntuale di Cristina Pelissero e la fattiva partnership di Digigraphie by Epson.

Il miglior auspicio ora è che “Pictures From A Visionary Photographer” possa contribuire ad una rapida e meritata rivalutazione dell’opera di Art Kane nel panorama della fotografia internazionale. Un'opera ancora oggi senza rivali.

Guido Harari, Wall Of Sound Gallery

 

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