GABER. E sogno e rido e vivo



quando 24 gennaio > 17 marzo 2013
dove Wall Of Sound Gallery

"È bello quando parla Gaber", canta Enzo Jannacci, l’amico corsaro di sempre, ricordandoci quanto il Signor G sia e rimanga una delle rare coscienze civili del secondo Novecento italiano. Nelle canzoni e nei monologhi di Gaber soffia il vento di una morale di lotta, l’ansia di un’etica nuova, di un nuovo umanesimo ancora tutto da inventare, che oggi più che mai continua a interpellare l’uomo nella sua complessa totalità.

A dieci anni dalla sua scomparsa, con la mostra Gaber. E sogno e rido e vivo Wall Of Sound Gallery vuole rendere omaggio ad una vicenda umana, artistica e intellettuale tra le più vitali. Lo fa presentandone per la prima volta le fotografie più significative e iconiche, tratte dagli archivi della Fondazione Giorgio Gaber, Studio Giampaolo Begotti, Gianmarco Chieregato, Luigi Ciminaghi, Angelo Deligio, Tullio Farabola, Gianni Greguoli, Guido Harari, Mondadori Portfolio, Olycom, Rino Petrosino ed Enrica Scalfari. Immagini anche rese per la prima volta disponibili in edizione Fine Art al pubblico dei collezionisti.

Questo appassionante viaggio visivo prende le mosse nella Milano del dopoguerra, tra sbornie di rock’n’roll e voglie di jazz, in cantine dove si coagula la prima sghemba schiera di neo-cantautori. Le fotografie più datate dell’archivio della Fondazione Giorgio Gaber ci restituiscono l’immagine di un ragazzino felice, totalmente assorbito dalla sua passione per la musica: così lo si vede intorno alla metà degli anni Cinquanta insieme alla sua band storica, i Giullari, in cui militano la vocalist Vanna Ibba e il tastierista-arrangiatore Giorgio Casellato, che rimarrà figura di riferimento al fianco di Gaber fino alla fine, o nella cantina del Santa Tecla, a Milano, con una jazz band di virtuosi in cui spicca un giovanissimo Luigi Tenco al sax.In quegli anni veloci Gaber diventa il più acrobata degli urlatori, l’Elvis Presley italiano, presto ammorbidito in una sorta di crooner dei Navigli, che dipinge in chiave ironica e neorealistica un’umanità di periferia, quella stessa di scrittori come Testori e Quintavalle, in canzoni come La ballata del Cerutti, Trani a go go, Barbera e champagne e Porta Romana.

La prima photo session ufficiale è del 1958. Il fotografo è Gianni Greguoli, artista visuale a tutto tondo, fotografo e anche art director, che in quegli anni fissa icone della musica, da Maria Callas a Billie Holiday e perfino Fabrizio De André, con sguardi originalissimi e qualche tentativo di sperimentazione che gli fanno precorrere i tempi. Quelle prime foto verranno usate per le copertine dei primi 45giri di Gaber, incluso Ciao ti dirò, avviando un rapporto di affettuosa consuetudine 2. tra i due, che produrrà anche originali immagini di studio dell’artista insieme a Maria Monti, proprio all’epoca del loro spettacolo Il Giorgio e la Maria, e all’amico fraterno Enzo Jannacci, da poco coinvolto da Gaber in un duo di rock demenziale, i Due Corsari.

Il successo, soprattutto quello televisivo, è inevitabile e travolgente, con l’irrinunciabile rosario di Sanremi, Canzonissime e serate nei night. Gaber si presta di buon grado ad ogni genere di servizio fotografico, assecondando sempre con ironia il taglio nazional-popolare dei periodici dell’epoca, spesso ritratto insieme alla moglie Ombretta Colli e alla figlia Dalia. Particolarmente significative rimangono molte immagini, tra cui le lastre 20x25cm di Tullio Farabola che negli anni Sessanta, privilegiando sorprendentemente il grande formato del banco ottico, crea una galleria di spiritosi ritratti in studio del fior fiore della canzone italiana. Curiosa e fortemente simbolica l’immagine onirica, quasi wendersiana, dell’archivio dello Studio Giampaolo Begotti, che vede Gaber nella pista di un circo, immerso nella lettura di un giornale e incurante delle evoluzioni di un acrobata e di una ballerina. Così anche quelle, sempre dell’archivio Farabola, con l’artista che, appollaiato su una scala in mezzo a un cortile, suona per un nugolo di bambini (una premonizione di Non insegnate ai bambini?) oppure perso nella nebbia, per le strade della sua Milano. La Milano dei Navigli, dove si lascia ritrarre anche da Gian Colombo in una storica foto insieme alle ultime lavandaie del Brelin, rimarrà a lungo il set preferito di diversi fotografi.

Poi, sul finire degli anni Sessanta, arriva un vento nuovo a sparigliare le carte del destino. Sull’onda di una fortunata tournée a due voci con Mina per il Piccolo Teatro (molto tenera e intima la foto di Rino Petrosino che ritrae i due cantanti in compagnia di Dalia), ecco la scoperta folgorante di un trampolino diverso per riflessioni e urgenze che pochi solchi di vinile e una carriera, ormai prevedibile, di entertainer rischiano di frustrare sempre più. Decolla così nel 1970 il Teatro Canzone. Il Signor G è il primo di una lunga serie di spettacoli che vogliono imbrigliare in tempo reale il nuovo che avanza. Da quel momento, con la siamese complicità di Sandro Luporini, amico e coautore di tutti i suoi spettacoli, Gaber è l’uomo immerso nel suo tempo, che tiene il palco per due-tre ore da solo, cantante-attore-mimo come già Brel, Vian e Brassens. La sua gestualità pare fatta apposta per comunicare con un pubblico che metabolizza velocemente questi recital sempre meno cantati e sempre più parlati, sempre più incalzanti, il cui obbiettivo è una presa di coscienza collettiva prima, individuale poi, sulla strada della ricerca di libertà. Angelo Deligio e Rino Petrosino, storici fotografi di “TV-Sorrisi e canzoni”, registrano bene il passaggio da idolo musical-televisivo a solitario animale da palcoscenico, ma è soprattutto Luigi Ciminaghi, fotografo ufficiale del Piccolo Teatro, a creare autentiche icone gaberiane, in studio, in esterni e sulla scena. I suoi ritratti su fondale bianco, con riferimenti a spettacoli come Il Signor G e Dialogo tra un impegnato e un non so, rimangono la testimonianza più efficace del primo Teatro Canzone.

Gaber e la sua arte “totale” diventano un fatto culturale a tutti gli effetti. Una maturazione, la sua, che avviene in diretta, a contatto col pubblico, sia esso il “movimento” giovanile o una non meglio identificabile platea di “non so”. Che si occupi dei borghesi, degli “impegnati”, della coppia, del sesso, della famiglia, della politica, della Chiesa o della nevrosi infantile dell’umanità, Gaber tocca tutti da vicino, proprio dove più duole, senza mollare mai la presa. Canta/parla sempre in prima persona, come se ogni esperienza fosse la sua, per afferrarla e comprenderla fin nelle pieghe più riposte. Si dichiara “filosofo ignorante” perché non ha verità da divulgare, non crede a un teatro politico come quello di Dario Fo, né a ideologie a presa rapida. Vuole solo proporre, discutere, confrontarsi attraverso le sue cantate del dubbio, mettendo in moto un processo dialettico.

In un eccesso di rigorismo, Gaber rifiuta di far filmare i suoi spettacoli. Restano quindi le fotografie a scandagliare come non mai la sua maschera attoriale. Lo colgono al meglio in quei primi anni Gianfranco Aiolfi, suo collaboratore storico, e più avanti Enrica Scalfari all’epoca de Il Grigio, forse la piece de resistance più travolgente del Gaber mattatore. Per contro negli anni Novanta, dopo la copertina del disco degli Ja.Ga. Brothers dove recupera con Jannacci il filo smarrito dei Due Corsari, sono io a proporre a Gaber di tornare alla dimensione più raccolta dello  studio fotografico per un’indagine minuziosa e quasi antropologica della sua dirompente fisicità. È la sua inesauribile energia ad affascinarmi, quella sua aria, se non proprio di invincibilità, di indomabilità. Ogni fotografia per me deve cogliere la sua tensione verso quella libertà che ben si traduce nell’urlo squassante di cui sono punteggiati i suoi spettacoli.

Alle soglie del Duemila, la salute già compromessa, in Gaber scatta una specie di avaria esistenziale che si traduce in un ultimo grido disperato di sconfitta e di disgusto verso la propria “razza in estinzione” che ha abortito la sua rivoluzione. Quando nel 2001 lo fotografo per l’ultima volta, mi colpisce la devastazione operata dalla malattia. Gianmarco Chieregato, che nello stesso periodo firma la copertina di La mia generazione ha perso, ritrae Gaber con rispetto e discrezione. Io invece non mi rassegno, ostinandomi a cercare almeno un lampo, un guizzo, un sussulto di vita e di ironia che, alla faccia dell’inevitabile, ribadisca un utopico e definitivo “Io ci sono”. Ecco, è questo in fondo il senso dell’intera mostra: Gaber c'è. Sempre. Più che mai. Guardando queste straordinarie fotografie mi pare di risentire ancora una volta il suo laconico, ma soddisfatto imprimatur: “C’è roba!”.

Guido Harari, Wall Of Sound Gallery

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